Andreotti…Ai posteri l’ardua sentenza

 

Sulla morte di Andreotti in questi giorni è stato scritto e detto di tutto. Certo con lui, piaccia o no, se ne va un pezzo di storia (e che pezzo…Quasi 50 anni!) e della nostra vita. Se ne va un simbolo del potere (per alcuni l’incarnazione stessa del potere), discutibile fin che si vuole, ma un potere che gli italiani hanno accettato e voluto per quasi cinquant’anni tramite libere elezioni (cosa di oggi cui pochi sembrano tenere conto, ma che non è ininfluente giacché significa che tutto sommato, la Dc e i suoi esponenti alla fine agli italiani  facevano comodo e piacevano più di quello che sembra), a volte, come disse Indro Montanelli in una sua frase passata alla storia, “Turandosi il naso”. Oggi di Andreotti si parla solo quasi esclusivamente allo scopo di affrontare le sue vicende giudiziarie (e qui gli occorre riconoscere che, a differenza di altri, non ha voluto gridare a complotti ma ha voluto farsi processare come un cittadino qualunque, seguendo quasi tutte le udienze dei suoi processi) e proprio riguardo al processo inerente ai suoi rapporti con la mafia, ricordo e pubblico ciò che scrisse a suo tempo proprio Indro Montanelli, giornalista che non si poteva certo annoverare tra gli andreottiani di ferro, sulla cui obiettività ed autorevolezza non si può  discutere.

“Fra le tante identità di cui quest’uomo proteiforme poteva essere rivestito una sembrava assai poco credibile: quella del mafioso stabilmente e organicamente legato alla criminalità organizzata, ai suoi riti, alle sue esigenze, ai suoi tenebrosi crimini. L’identikit del mafioso professionale non gli si addiceva perché Andreotti era un politico affermato, potente, sicuro delle sue clientele romane e ciociare, ben prima di avere agganci con l’ambiente siciliano. L’immagine del questuante in cerca di favori che s’inchina a un Totò Riina o a un Bontade non coincideva con la sua. Inoltre Andreotti è (diversamente da siciliani doc come Lima o come Mannino) un prodotto dell’Azione Cattolica e delle sacrestie romane. Ci si poteva ben figurare che avesse, tramite la sua corrente, contatti con la mafia: non è schifiltoso, ha ricevuto con tutti gli onori Amin Dada, il dittatore dell’Uganda di cui si diceva che fosse cannibale. Ma l’affiliazione in solenne e dovuta forma a Cosa nostra pareva troppo”. Indro Montanelli, Mario Cervi, L’Italia di Berlusconi, Milano, Rizzoli, 1994, pag.110

Andreotti…Ai posteri l’ardua sentenzaultima modifica: 2013-05-09T18:48:00+02:00da stefanobosca
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