Bearzot nel cuore

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Oggi per me e per tutti quelli come me è un giorno triste. Si è spento infatti, all’età di 83 anni, Enzo Bearzot, ct della Nazionale italiana campione del mondo del 1982.

E’ un giorno triste perché se ne va un grande personaggio del calcio italiano.

Curiosamente il 21 dicembre erano scomparsi anche Gianni Brera (nel 1992) e Vittorio Pozzo (nel 1968), altri due fantastici ed indimenticati personaggi del nostro calcio.

Inutile dire che sebbene siano trascorsi ventotto anni da quel mondiale, tutte le volte che ancora oggi ci trasmettono i tre goal di Rossi al Brasile (su La7 è appena terminata la trasmissione di Italia-Brasile del 1982, replicata per l’ennesima volta per omaggiare Enzo Bearzot), l’urlo di Tardelli al goal contro la Germania con conseguente esultanza di Pertini, ci vengono le lacrime agli occhi.

Personalmente ho un ricordo molto annebbiato di quel mondiale (avevo solo sei anni), conservo però un ottimo ricordo di quell’indimenticabile epoca del calcio italiano, da me già affrontata in uno dei primi post scritti su questo blog (Gli anni ’80 e la rincorsa allo straniero), riguardo ad uno dei suoi aspetti.

Posso pertanto dire che con Bearzot se ne va un altro simbolo di un calcio che ormai non c’è più.

Una di quelle persone che sapevano fare bene il loro lavoro e lo facevano senza alzar la voce o lanciare proclami o provocazioni.

Di gente come lui ce n’è sempre meno nel calcio di oggi e quei pochi che ci sono vengono presi per i fondelli (si veda come è stato silenziosamente allontanato quello che è da considerarsi a tutti gli effetti il delfino di Bearzot: Dino Zoff).

Oggi va di moda Mourinho, ovvero l’allenatore comunicatore, in tutti i momenti pronto a fare una conferenza stampa, allora andava di moda Bearzot, che polemizzò apertamente solo quando  le critiche divampate intorno alle prestazioni dei suoi ragazzi  sfociarono in vergognose insinuazioni sulla vita privata di alcuni di essi (dopo le prime tre partite del Mundial ’82 si arrivò perfino  ad insinuare di focose nottate tra Rossi e Cabrini) e pertanto  lui e i calciatori scesero in silenzio stampa fino alla fine del mondiale.  Con lui erano di moda anche due allenatori come Trapattoni e Liedholm, che comunicatori non lo sono mai stati (specialmente per i loro celebri svarioni grammaticali, anche se per quelli di Liedholm c’era  almeno l’attenuante che lui non era italiano).

Bearzot ha vinto un mondiale, ha continuato altri quattro anni a sedersi sulla panchina azzurra non riuscendo mai a ripetere le gesta spagnole (addirittura nell’anno seguente al mondiale non vinse nemmeno una partita, pareggiando persino a Cipro) e per questo ha continuato a subire critiche. Nonostante ciò non ha mai assunto l’atteggiamento che ha avuto anni dopo Lippi, il quale tutte le volte che gli si muoveva una critica (vedi caso-Cassano, sul quale va detto  oggi che forse non aveva tutti i torti, ma è un’altra storia ) non dimenticava di esibire il patentino di allenatore campione del mondo che lo autorizzava a fare ciò che voleva.

Il buon Enzo probabilmente si è sempre comportato così perché sapeva perfettamente che l’Italia è un paese di cantanti, navigatori e commissari tecnici.

Nel 1982 ha coronato un capolavoro dimostrando

1) che chi  lo accusava di filo-juventinismo, essendo il blocco della sua formazione basato su giocatori  bianconeri  (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi) era un puro demente. Esisteva all’epoca, in Italia, uno pari a Tardelli o a Cabrini o a Scirea nei loro rispettivi ruoli? Esisteva un professionista come Zoff o un marcatore implacabile come Gentile? L’unico caso contestabile era quello di Rossi, ma lo affronterò tra poco.

2) che la signora che lo schiaffeggiò per non aver convocato Beccalossi sarebbe stato meglio se fosse stata a casa a cucinare i broccoli e a fare la calza.

3) che, alla fine, insistere su Paolo Rossi ne valeva la pena.

Se al suo posto ci fosse stato un Mourinho, appena arrivato in Italia con la Coppa del Mondo, avrebbe sbraitato contro chi lo aveva criticato, non rinunciando ad offenderlo.

Bearzot ha continuato a lavorare, anche se non riuscì più a dare gli stimoli giusti al gruppo dei campioni del mondo (l’unica critica sensata che si può fare a quest’uomo), ma certo non era facile farlo (Lippi ha preferito addirittura andarsene e non provarci neppure, lasciando l’ingrato compito a Donadoni).

Ora troverà di nuovo il suo amico Pertini e (come ha scritto il mio amico Gilberto su facebook) magari giocheranno di nuovo a scopa insieme. Troverà di nuovo Gaetano Scirea, uno dei suoi fedelissimi. Troverà di nuovo il suo maestro Bernardini. Troverà di nuovo Gianni Brera, che in vita più di una volta lo aveva criticato e magari si diranno ciò che sulla terra non si sono mai detti.

 

Ciao Enzo, che la terra ti sia lieve!

 

Bearzot nel cuoreultima modifica: 2010-12-22T00:55:00+01:00da stefanobosca
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