Heysel, quando il pallone si sporcò di sangue

Ricordo, quel giorno ero tutto eccitato.

La Juve, la mia amata Juve, giocava la finale della Coppa dei Campioni.

Già,  proprio quella Coppa che 2 anni prima sembrava già vinta (fu proprio quella sicurezza di aver già vinto, che è la cosa peggiore che ti può succedere in una finale di Coppa, per informazioni chiedere al Milan cosa gli è successo 3 anni fa, ad essere fatale, forse più ancora di quel beffardo tiro di Magath).

Eravamo tutti pronti, milioni di juventini da  una parte a tifare Juve e milioni di anti-juventini dall’altra a tifare Liverpool.

Quand’ecco che un’ora prima vennero trasmesse dalla RAI le immagini dello stadio “Heysel” di Bruxelles.

La gente era nel campo, un clima surreale.

A nulla servì l’annuncio dei capitani delle squadre, Scirea e Neal, (“State tranquilli, giochiamo per voi!” pronunciò capitan Gaetano).

A quel punto sembrava chiaro, bisogna scordarsi la partita.

Gli spalti parevano zona di guerra, gli hooligans travolgevano tutto e tutti, con una violenza inaudita, scatenando un’offensiva delirante sugli spalti di uno stadio non adatto ad ospitare un evento del genere.

Il risultato alla fine sarebbe stato il seguente: 39 morti (32 italiani) e centinaia di feriti.

Ma l’UEFA ordinò: si deve giocare lo stesso, giocando la gente è concentrata sull’evento e non cova idee malsane.

La partita venne giocata, ma solo per ordine pubblico.

L’UEFA, su cui gravavano molte responsabilità, per aver fatto disputare un evento del genere in uno stadio non attrezzato ad ospitarlo, oltretutto sapendo che i delinquenti (vorremo mica chiamarli tifosi?) inglesi avevano già combinato casini a Roma l’anno prima, prese così l’inqualificabile decisione di far giocare la finale di Coppa dei Campioni con i morti a bordo campo.

Avrebbe vinto la Juve 1-0, ma certo in pochi avevano voglia di esultare  di fronte ad una tragedia simile.

Peccato. La Juve, quella Juve, con in squadra fior di campioni come Cabrini, Rossi, Tardelli, Platini, Boniek, meritava uno scenario migliore per godersi la Coppa che più desiderava.

Ancora oggi ci sono polemiche su quel giorno.

Ci si interroga sul fatto che quanto è accaduto potesse essere evitato.

Io non lo so, so solo che quella sera avrei voluto vedere un trionfo della mia squadra del cuore, non degli istinti beceri e animali dell’uomo.

Mi chiedo però come mai, nonostante questo precedente che ha scosso gli animi e che rimarrà sempre nella memoria di milioni di sportivi, a distanza di 23 anni ci possa essere ancora oggi gente che muore per scontri tra tifosi.

Come possano, quasi tutte le domeniche, esistere autogrill che subiscano danni e saccheggi che nemmeno i Lanzichenecchi se li sognavano.

Per cosa? Per  una partita di calcio.

Quella di Bruxelles fu una tragedia, ma a volte le tragedie dovrebbero farci riflettere e insegnarci qualcosa.

Il punto è, che cosa si è imparato da questa disgrazia, se oggi, 23 anni dopo, andare allo stadio è da milioni di persone (non a torto, visto quello che ogni tanto capita dentro e fuori gli impianti sportivi) considerato pericoloso per la propria vita?

Cosa ha insegnato l’orrore di quella serata di fine maggio 1985 se tuttora c’è gente che tratta il calcio come una guerra, dimenticando che un evento sportivo invece dovrebbe essere condivisione di gioia, amicizia, serenità?

 

Heysel, quando il pallone si sporcò di sangueultima modifica: 2008-05-28T21:25:00+02:00da stefanobosca
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