Il 23 maggio 1992 e la vergogna di essere italiano

Era il 23 maggio 1992, quando, a Capaci, Giovanni Falcone, il più grande magistrato dell’Italia repubblicana al pari del suo collega (nonché amico fraterno) Paolo Borsellino, venne ucciso insieme alla moglie e alla scorta.

L’esplosione che lo fece letteralmente saltare in aria venne organizzata dal nemico che per tutta la vita ha combattuto: la mafia.

Stessa sorte toccherà poco tempo dopo al suo amico Borsellino.

Ricordo le immagini di quel funesto giorno. Fece senso vedere quel lungo tratto di strada, che tutte le telecamere del mondo ripresero, sventrato in due da un attentato atroce,  organizzato e perseguito dalla mafia.

Ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile che l’organizzazione mafiosa sia riuscita a piazzare in un’autostrada, non in un eremo, quintali e quintali di esplosivo senza che nessuno nutrisse un minimo sospetto.

Ci si chiede come i capi-mafia siano riusciti nel loro intento e se non abbiano avuto aiuti dall’esterno.

Già, poiché per terribili e feroci che possano essere, dubito che della persone che hanno si e no la quinta elementare riescano, dal punto di vista tecnico e logistico, a compiere un’ azione del genere. Piazzare quintali di esplosivo in un’autostrada e collegarla a  meccanismi elettronici non è un lavoro che chiunque sa fare, perciò va da sé che nel mettere in piedi la strage vi fossero ingegneri o persone comunque tecnicamente preparate.

Ci piacerebbe sapere chi sono queste ultime. Che cosa fanno oggi. Se sono state assicurate alla giustizia.

Bisognerebbe, dopo  16 anni, sapere tutta la verità su chi ha spento per sempre la vita di Falcone, un vero eroe italiano.

Ha combattuto la mafia sapendo perfettamente che questa avrebbe potuto (come purtroppo è successo) eliminarlo in qualsiasi momento. Nonostante ciò è andato avanti,  ottenendo clamorose vittorie (il maxiprocesso con il quale riuscì a far condannare una grossa quantità di mafiosi fu la più grande) e subendo cocenti delusioni, come la mancata nomina a consigliere istruttore della procura di Palermo (in un certo senso, guadagnata sul campo), piuttosto che i vergognosi sospetti secondo cui manovrasse i pentiti, come venne scritto in alcune lettere anonime pubblicate sui quotidiani nazionali (il cui autore, chiamato “Il Corvo”, è rimasto misterioso). Oppure come le critiche che gli vennero rivolte quando decise di accettare di trasferirsi a Roma, per dirigere la sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia, da cui avrebbe potuto perorare la causa del progetto di una Super Procura contro il crimine, gesto per il quale alcuni lo bollarono come un carrierista.

Questo per ricordare che Falcone nello svolgere la propria opera trovò di fronte a sé moltissimi ostacoli, come se già non fossero sufficienti quelli di gran lunga più temibili che gli faceva trovare la mafia.

Tutti i sospetti, le illazioni e le critiche che il magistrato siciliano dovette sorbirsi parvero dimenticate dal giorno in cui morì. 

Purtroppo, davanti alla morte di Falcone si consumarono numerose vergogne, una delle quali, come hanno scritto Indro Montanelli e Mario Cervi nel loro Storia d’Italia del Novecento, fu che: “A Capaci s’interruppe la lunga battaglia di Falcone. E cominciò la rissa, scomposta e rivoltante, per lo scippo del cadavere. La memoria, l’amicizia, l’eredità di Falcone furono rivendicate con furore,  come <cosa loro>, da molti che asserivano di voler onorare il morto, e invece se ne servivano”.

 

Il 23 maggio 1992 e la vergogna di essere italianoultima modifica: 2008-05-22T22:45:00+02:00da stefanobosca
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